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L’ingiustificato coinvolgimento di terzi in un’azione legale, già avviata o anche solo prospettata (quindi anche le domande riconvenzionali proposte nella consapevolezza di non averne l'effettivo diritto se si viene citati in giudizio) prospettando ad altri un male ingiusto per il proprio o altrui vantaggio costituisce, in capo a chiunque sia consapevole dell’ingiustizia della pretesa avanzata, ed ai legali che lo assistono in scienza della illegittimità della richiesta di tutela rappresentata) la responsabilità penale per il reato di estorsione ex art. 629 c.p..

E la conclusione alla quale noi del Comitato Spontaneo Cittadini Contro la Malagiustizia siamo arrivati studiando le norme e la Giurisprudenza.

Potrebbe sembrare un contraddizione, ma, oltre la pretesa illecita, anche la minaccia di esercitare un diritto può raffigurarsi come tentata estorsione se eccede o è posta con mezzi illegittimi.


E’ quanto decreta la Suprema Corte (Sent. 48733 del 17/12/2012; Cass. 16618/2003 Rv. 224399) allorquando stabilisce che “in tema di estorsione, anche la minaccia di esercitare un diritto, come l’esercizio di un’azione giudiziaria o esecutiva, può costituire illegittima intimidazione idonea ad integrare l’elemento materiale del reato di estorsione, quando tale minaccia sia finalizzata al conseguimento di un profitto ulteriore, non giuridicamente tutelato” con  la quale sentenza i Giudici di legittimità si sono soffermati sul concetto di minaccia utile a integrare i presupposti del reato di estorsione.


Come è noto, la minaccia necessaria per integrare gli estremi dell’estorsione (o della tentata estorsione) consiste nella prospettazione di un male futuro e ingiusto, la cui verificazione dipende dalla volontà dell’agente.

Calza a meraviglia alle fattispecie nei quali molti denunciati si lasciano trascinare da avvocati complici (o trascinano avvocati deboli a diventare loro complici) per prevaricare i diritti della parte lesa.

Il tutto, quasi sempre, se non contestato come si deve (ed a volte ugualmente) viene lasciato correre da magistrati che si limitano ad essere spettatori inerti, fino al momento di assegnare la sentenza a chi gli fa più comodo.


Resta tuttavia l'obbligo di informare i cittadini (cosa che non pare che i tecnici del legali si sentano tenuti a fare) che anche nell’esercizio di un diritto (figuriamoci quando il diritto manca)  se l’attività o la minaccia di esercitarlo eccedono rispetto allo spettante (o sono addirittura volte a conseguire il diritto in danno della parte lesa) essendo il pregiudizio che si prospetta al soggetto che subisce volto ad ottenere una pretesa ulteriore e/o estranea al rapporto sottostante l’azione giudiziaria deve essere considerata come minaccia in quanto il discrimine tra legittimo esercizio di un diritto o la minaccia di esercitarlo è da individuarsi proprio nell’ingiustizia del profitto che si intende realizzare.


Altre Sentenze (Cass. 273/1970 Rv. 115339; (Cass. 5664/1974 Rv.88648; Cass. 7380/1986 riv. 173383) ribadiscono il concetto secondo il quale:

“la minaccia idonea a configurare il delitto di estorsione può assumere forme ben diverse dalla minaccia di un male fisico ingiusto, come:

  1.  la prospettazione o azioni giudiziarie[1] che si traducono in male ingiusto nel caso di pretestuosità della richiesta;
  2. della denunzia penale che si rivela infondata;

Nei quali casi alle due seguenti condizioni:si può contestare, provandolo, che l’azione contro se stessi è una illegittima intimidazione idonea ad integrare il delitto di estorsione:

  1. la minaccia deve essere finalizzata al conseguimento di un profitto al quale non si abbia diritto;

Secondo i giudici che si sono trovati in un caso dove queste fattispecie ricorrevano, infatti, la minaccia di esercitare azioni legali integra il reato di tentata estorsione, e non è condivisibile la linea difensiva secondo cui, in assenza di minacce  "fisiche o materiali" volte alla coercizione delle persone non vi sarebbe responsabilità penale, quindi, al pari della denuncia i della minaccia di portare una persona o una società in giudizio deve considerarsi estorsione anche la resistenza in giudizio con domande riconvenzionali ingiustificate o la presentazione di atti attestanti il falso in giudizio in quanto volte a procurare un male ingiusto.


Nonostante quindi, il Giudice rappresenti “La Sede” in cui le ragioni di parte trovino tutela (sicché la persona offesa non avrebbe da temere dal contraddicono processuale) la realtà dei fatti fa vacillare questi convincimenti in quanto le concrete dinamiche processuali possono rendere qualsiasi vicenda giudiziaria aleatoria, oltre al fatto di comune esperienza, che il processo stesso costituisce una pena, e, quindi, un danno, sia in termini economici che di stress emotivo per entrambe le parti.


[1] Parimenti le risposte riconvenzionali pretestuose (a fini di anche meramente dilatori) a citazioni in giudizio legittime;

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